Trattamento - Mauro Colangelo

Vai ai contenuti

Menu principale:

Trattamento

Patologie > Mal di schiena

Dall’esposizione delle cause e della clinica della lombalgia è apparso evidente come questa, più che essere una malattia specifica, sia piuttosto una manifestazione alla cui origine cooperano numerosi problemi di fondo di vari livelli di gravità; è pertanto consequenziale che un trattamento che voglia essere efficace debba necessariamente essere multimodale. Dal punto di vista schematico le possibilità terapeutiche possono essere farmacologiche, chirurgiche, fisiatriche ed ortopediche.

• Lombalgia acuta

In assenza di uno o più segnali di allarme (“red flags”), l’orientamento terapeutico nei confronti di una lombalgia insorta ex abrupto, ancor più se è aspecifica ossia in assenza di segni neurologici, deve avere l’unica finalità di alleviare il dolore e di consentire una precoce mobilizzazione del paziente. I farmaci da adottare devono essere scelti con un criterio di intensità progressivamente scalare, modulato in relazione alla risposta individuale. Pertanto, nelle forme più semplici può essere già sufficiente il Paracetamolo al dosaggio massimo di 3 gr/die, altrimenti si ricorre ai FANS partendo dall’Ibuprofene (dosaggio giornaliero massimo di 2.400 mg) che è quello che presenta il range più ridotto di effetti collaterali, per arrivare al Diclofenac o al Naproxene oppure all’associazione di paracetamolo e codeina. Se il trattamento si intensifica e si protrae oltre una settimana è prudente associare una protezione gastrica con farmaci del tipo degli anti-H2. E’ dibattuto l’uso di analgesici oppiacei ad azione centrale, tra i quali il più adoperato è il Tramadolo, per i suoi effetti collaterali sulla vigilanza; tuttavia, un suo saggio utilizzo, limitato nel tempo e ad un dosaggio massimo di 400 mg/die, consente di ottenere rapidi effetti risolutivi della sintomatologia dolorosa. Per contrastare lo spasmo muscolare pressoché costantemente associato si ricorre ai miorilassanti (Tiocolchicoside, Ciclobenzaprina, Diazepam) di cui si consigliano cicli terapeutici che non eccedano le due settimane. L’utilizzo della terapia steroidea nella prima fase della lombalgia è unanimemente ritenuto incongruo e pertanto non consigliabile.
Mentre nel passato era in vigore la regola di consigliare il riposo a letto sino alla regressione completa della lombalgia, l’orientamento odierno è di non superare il limite massimo di 4 giorni, limitatamente ai casi di dolore più severo, per prevenire l’ipotonia muscolare che ritarda la restitutio ad integrum. Pertanto, ai fini di un recupero più rapido, entro due settimane dall’esordio del mal di schiena oggi si prescrive di praticare esercizi miranti a rafforzare i muscoli paraspinali, come fare lunghe passeggiate oppure pedalare o anche nuotare. Una revisione critica dell’effetto adiuvante che potrebbero avere gli esercizi di manipolazione, mobilizzazione, trazioni, terapie fisiche (ultrasuoni, laser, TENS, etc.) ha portato a concludere per un loro contributo alquanto modesto all’efficacia della sola terapia medica.
A conclusione del trattamento conservativo della patologia dolorosa della colonna è opportuno fare un cenno sull’ozonoterapia, la cui validità scientifica è a tutt’oggi ancora controversa. E’ questo un metodo che consiste nella somministrazione di una miscela di gas costituita da Ossigeno ed Ozono che chimicamente è O3, ossia composto da tre atomi di ossigeno, e che essendo instabile si scinde e libera ossigeno che eserciterebbe sui tessuti un effetto ossidante con proprietà anti-infiammatorie e quindi con conseguente effetto anti-dolorifico. L’ozono è somministrato con ricorso a differenti metodologie: infiltrazione intra-foraminale o intradiscale, sotto guida TAC, o anche paravertebrale. Avverso il parere dei sostenitori della sua efficacia si schierano talune pubblicazioni di indubbio valore scientifico, tra cui quelle prodotte dalla Società Americana per il Cancro e dall’Istituto francese di Tossicologia, che concludono che l'ozonoterapia e l'esposizione all’ozono non sono state dimostrate utili da evidenze mediche positive, e potrebbero addirittura essere dannose.

• Lombalgia cronica

Se malgrado il trattamento conservativo la sintomatologia persiste invariata per oltre tre mesi e se coesistono segni clinici di interessamento neurologico, quale sciatica o segni di compromissione radicolare o claudicatio intermittens neurogena, deve essere postulata l’indicazione ad un trattamento chirurgico. L’approccio chirurgico è ovviamente riferito al tipo di patologia evidenziata con lo studio per imaging; l’ernia discale è trattata con tecniche di micro-chirurgia, la stenosi spinale con chirurgia decompressiva e la spondilo-listesi con la stabilizzazione o artrodesi. Se la lombalgia è ascrivibile ad una frattura lombare di genesi traumatica, è necessario valutare se si tratti di una frattura stabile o instabile, sulla scorta di precisi algoritmi radiologici. Nel caso sia stabile essa può essere trattata con il riposo e con l’ausilio di un corsetto tutorio ad appoggio iliaco; se invece la frattura è instabile è necessario stabilizzarla chirurgicamente. Nel corso degli anni sono stati adoperati svariati sistemi di sintesi con differenti metodologie applicative; la tecnica odierna consiste nell’applicazione di due barre posteriori in titanio, solidarizzate alle vertebre mediante viti trans- peduncolari, com’è visibile nella Figura 7. Se la lombalgia è causata da una frattura di natura osteoporotica oppure da invasione metastatica, la procedura terapeutica è rappresentata dalla vertebroplastica percutanea, che è effettuata in Radiologia Interventistica. Essa consiste nell’iniezione di cemento osseo a bassa viscosità (polimetilmetacrilato), sotto guida TAC ed in fluoroscopia digitale, nell’interno del soma vertebrale che ha ceduto. Il cemento consolidando la struttura vertebrale ne impedisce l’ulteriore cedimento e determina la risoluzione della sintomatologia dolorosa.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu